Ivano Bordon compie oggi, mercoledì 13 aprile 2021, settantanni. Senza dubbio è stato tra i più forti portieri italiani a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Una vita passata all’Inter, 14 anni (dal campionato 1969/1970 al 1982/1983), e poi altri tre anni (dal campionato 1983/1984 al 1985/1986) alla Sampdoria sino a chiudere la carriera prima alla Sanremese e poi al Brescia nel 1989. Nella sua storia da calciatore ha vinto due scudetti con i nerazzurri (1970/1971 e 1979/1980) e tre Coppe Italia, due con l’Inter e una con la Sampdoria. Ha difeso per 22 volte la porta della nazionale italiana, vincendo nel 1982 in Spagna il Campionato del mondo. Una volta appesi i guanti al chiodo ha fatto il preparatore dei portieri di Udinese, Juventus, Inter e dell’Italia di Lippi vincitrice dei mondiali del 2006.
In occasione del suo settantesimo compleanno pubblichiamo di seguito l’intervista realizzata da Giorgio Vincenzi e pubblicata su SportdiPiù magazine numero 67.
Tanti auguri Ivano!

Innanzitutto, che portiere era Bordon?
«È difficile giudicarsi, ma posso dire che sono stato un portiere completo. Tra i pali e nelle uscite ero più che sufficiente. Mi sono sempre applicato per migliorarmi e ho fatto tesoro degli errori».

Cosa fai oggi Ivano?
«Sono in pensione e seguo il calcio. Quando si poteva andavo a San Siro a vedere le partite, ora con la pandemia non è possibile farlo. Fino a marzo dello scorso anno collaboravo con Maurizio Galli, allenatore della rappresentativa giovanissimi Monza-Brianza, seguendo i ragazzini. Purtroppo, questo mio amico è venuto a mancare a causa del Covid-19».

Sei anche molto attivo sui social…
«Sì, ma da poco tempo. Dopo aver scritto l’anno scorso la mia biografia “In presa alta”, con la collaborazione di Jacopo Dalla Palma, ho un mio profilo Facebook con cinquemila amici a cui cerco di rispondere a tutti. Poi, assieme con altri ex calciatori, sono impegnato come amministratore di una pagina Facebook che si chiama “Quando i calciatori avevano facce da calciatori”. Questo gruppo tratta del calcio di un tempo, ricordando i calciatori del passato e tutti coloro che hanno ruotato intorno a quel mondo: allenatori, arbitri, presidenti e cronisti sportivi».

A 15 anni, nel 1966, per centomila lire hai lasciato Marghera per andare all’Inter. Cosa portava nella valigia quel ragazzino?
«Portavo la malinconia nel lasciare la famiglia, ma anche tutta la mia voglia di impegnarmi seguendo quello che mi avevano insegnato a casa e l’allenatore del paese».   

Hai esordito in Serie A con l’Inter a 19 anni nel novembre del 1970. Come andò quella domenica? E contro quale squadra giocasti?
«L’esordio avvenne in un derby Milan-Inter in cui subentrai a Lido Vieri, mio maestro e portiere titolare dei nerazzurri. Stavamo perdendo uno a zero. La partita poi finì 3-0; mi fecero gol Gianni Rivera su rigore e Silvano Villa. Di quel giorno ricordo la grande emozione per l’esordio in Serie A e per di più in un derby. Niente male! Il rammarico per la sconfitta passò in secondo piano».  

In quello stesso campionato (1970/1971) hai vinto lo scudetto…
«Sì, una vittoria esaltante perché il Milan a un certo punto del campionato era avanti di sei o sette punti, ma alla fine li abbiamo staccati di quattro punti. In quella stagione avevo totalizzato nove presenze».

L’allenatore di quella squadra era Invernizzi e come compagni di squadra avevi Facchetti, Mazzola, Corso, Boninsegna tanto per fare alcuni nomi…
«Già l’anno precedente alla vittoria del campionato ero stato il terzo portiere della squadra e quindi mi allenavo con loro imparando a conoscerli. Grandi uomini che mi hanno fatto crescere e aiutato in momenti di difficoltà. Avevo un timore reverenziale nei loro confronti. Davo del lei a tutti e a fine partita portavo le valige in pullman».

Hai un aneddoto da raccontare di qualcuno di questi grandi campioni?
«Per qualche anno ho dormito in camera con Facchetti e ricordo che un giorno andò vicino a Marghera e si fermò a casa dei miei genitori a salutarli. Un bel gesto!».

Un calcio d’altri tempi… non paragonabile a quello d’oggi. Hai nostalgia?
«Io ho visto il calcio degli anni Settanta e Ottanta come giocatore e poi come preparatore dei portieri quello fino al 2010. Ho avuto quindi modo di conoscerlo bene. Sicuramente è cambiato, com’è cambiato tutto il mondo che gli gira attorno. Questo è normale. Io però preferisco il calcio di quando giocavo io. Adesso c’è troppo tatticismo che poi è figlio dei tempi e delle nuove regole. Se il pallone in tre minuti passa dalla difesa all’attacco mi diverto, quando non è così mi diverto meno».

Se ti dico Borussia Mönchengladbach del 20 ottobre 1971, cosa ti viene in mente?
«È stata una tappa importante per la mia carriera. L’esperienza di quella partita, dove noi perdemmo 7-1 e dove io entrai sul 5-1, ma che poi venne annullata dalla giustizia sportiva europea (a seguito del lancio di una lattina compiuto da un tifoso della squadra tedesca, n.d.r.) e quelle successive che invece giocai da titolare a Milano, dove vincemmo 4-2, e poi la ripetizione dell’incontro a Berlino, in uno stadio con più di ottantamila spettatori conclusosi sullo 0-0, mi hanno fatto entrare nella memoria di tutti i tifosi dell’Inter di quell’epoca e mi fece conoscere in Europa. Ancora oggi in molti mi chiedono del Borussia».  

Perché ti chiamavano Pallottola?
«È un soprannome che mi aveva dato Sandro Mazzola perché in porta ero molto reattivo, veloce e scattante».

Hai fatto parte dei ventidue giocatori che hanno vinto il mondiale di Spagna del 1982. Davanti però avevi un mostro sacro come Zoff, che non lasciava mai spazio ai suoi vice. Ti è dispiaciuto non aver giocato nemmeno un minuto?
«Sarebbe stato bello partecipare giocando, ma noi tutti, chi ha giocato e chi no, abbiamo gioito e sentito nostra quella vittoria. Eravamo orgogliosi di essere tra i 22 scelti per quel mondiale. Io poi venivo dalla partecipazione agli europei del 1980 e al mondiale del 1978 in Argentina».

In quel mondiale c’era anche Paolo Rossi. Che ricordi hai di Pablito?
«Ho un ricordo bellissimo di Paolo, sempre con il sorriso e umile. Come giocatore era intelligente perché riusciva a capire prima degli altri dove sarebbe finita la palla in area. Era un grande e l’Italia ha perso un rappresentante di un calcio bellissimo».

C’era anche Diego Armando Maradona, anche lui recentemente scomparso…
«In quel mondiale ho visto il “campionissimo” dalla panchina lottare contro Gentile che lo marcava a uomo. Ricordo invece molto bene quando nel campionato 1984/1985, io allora difendevo la porta della Sampdoria, Maradona segnò il primo gol in Italia proprio a me. Lo realizzò su rigore; riuscii a sfiorare la palla con una mano ma non in modo sufficiente per respingerla. Sempre di quell’incontro ricordo che Maradona era dentro l’area marcato da Vierchowod, lo saltò e la palla rimase lì e allora uscii su i suoi piedi per farla mia e mi sembrava di averla presa e invece con una rapidità incredibile l’aveva già ripresa e passata a un compagno che però non segnò. Incredibile…».

In una tua ipotetica classifica dei più grandi calciatori di tutti i tempi, Maradona dove si trova?
«La mia classifica è questa: Pelè, Maradona, Cruijff».

Hai fatto parte come preparatore dei portieri anche dello staff azzurro che ha vinto il mondiale del 2006 in Germania. Allenavi Buffon, Peruzzi e Amelia. Un’altra grande soddisfazione vissuta in modo diverso…
«Una bella soddisfazione. Pensa che sono l’unico vivente che ha vinto due mondiali. Quel gruppo era guidato ottimamente da Lippi e aveva tanti campioni. Per me è stato come chiudere un cerchio, professionalmente parlando, e quando rivedo quel ragazzino partito da Marghera a 15 anni e penso cosa ha vinto mi commuovo».

Zoff e Buffon: qual è il migliore?
«Ogni calciatore va giudicato in base al periodo in cui ha giocato. Quindi non sono paragonabili. Penso però che Zoff, Albertosi e Vieri siano stati i migliori negli anni Settanta inizi Ottanta; Buffon e Peruzzi negli anni successivi».

La partita che vorresti giocare nuovamente e perché?
«Quella con il Real Madrid giocata a Milano (Coppa delle Coppe 1982/1983 e finita 1-1, n.d.r.) dove feci un errore che ci costò l’eliminazione. Su un tiro da lontano di Gallego non riuscii a trattenere il pallone che finì in rete. Nella partita di ritorno al Bernabéu perdemmo 2-1».

La parata più bella?
«Per fortuna ci sono stati molti episodi postivi rispetto a quello che raccontavo prima. È difficile sceglierne una. Comunque, nelle partite con il Borussia ci sono state due o tre parate molto importanti. Ma per non parlare sempre di quegli incontri, direi che una grande parata l’ho fatta in un derby con il Milan dove a cinque minuti dalla fine, sullo 0-0, ho parato un rigore a Calloni e sulla respinta calciò Aldo Maldera, ma deviai il pallone in calcio d’angolo».

Nel 2020 hai scritto, con la collaborazione di Dalla Palma, la tua biografia “In presa alta. Le parate di una vita di un portiere gentiluomo d’altri tempi” (edito da Caosfera, euro 16 n.d.r.). Raccontaci di questo libro…
«Non è un libro in cui parlo di tecnica del calcio, ma racconto la mia storia partendo da quando da bambino giocavo all’oratorio, al provino all’Inter accompagnato da mio padre, all’arrivo a Milano e i primi allenatori che ho avuto, i tanti compagni di squadra importanti, le vittorie, l’incontro con mia moglie e così via. Nella parte finale poi ci sono molte fotografie che illustrano ciò che racconto».

Gianni Bellini, il più grande collezionista di figurine al mondo, ha scritto un libro intitolato “500 figu per un Bordon”. Che effetto ti ha fatto?
«Al libro dell’amico Bellini ho scritto la prefazione in cui racconto che da piccolo collezionavo figurine, ma allora non potevo sapere che una volta diventato calciatore sarei diventato una figurina rara».

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare?
«Ora l’importante è la salute per me, per la mia famiglia e per tutti e speriamo che questa pandemia finisca e si ritorni alla normalità».

Giorgio Vincenzi