La Css Verona sta affrontando il suo secondo campionato di pallanuoto femminile in serie A1. Si tratta di una stagione cruciale per il team delle Piscine Monte Bianco, guidato anche questa volta dalla veronesissima Giorgia Prandini, capitano gialloblu.

Giorgia, è più difficile riconfermarsi che affermarsi?
«Penso sia così. La prima volta vivi le emozioni in modo unico. La seconda cerchi di esserci davvero: il difficile arriva quando non è più così facile migliorare e diventa uno scalino mentale. E noi vogliamo farlo: nel campionato scorso eravamo la sorpresa, ora vogliamo rompere le scatole a tutte le altre squadre».

Quali sono le insidie di questo campionato?
«Le avversarie ci conoscono meglio e saranno preparate a giocare contro un collettivo che è divenuto completo. Un’altra insidia è la preoccupazione che prima o poi possa esserci una perdita di entusiasmo, ma lavoriamo ogni giorno perché ciò non accada».

Come vivi il tuo ruolo di capitano?
«In squadra significa portare avanti il pensiero positivo: vogliamo ‘diventare’, non criticare. Non si tratta di una mentalità da Yes man, quanto invece di riuscire a prendere il positivo anche dagli eventi negativi. Ammetto che non è sempre facile. Pensando al mio ruolo inserito nel club, invece, sento di dover propagare il credo di Css, che è quello di far sentire importante ogni atleta».

Qual è il tuo rapporto con l’acqua?
«È un elemento che mi è sempre piaciuto. Avendo un nonno originario di Malcesine, ho passato l’infanzia sul Lago di Garda. Ho provato barca a vela, sub, windsurf. Per quello, anche se sono arrivata tardi alla pallanuoto, ho sentito subito che era il mio posto. E poi c’è una verità sull’acqua: meno ci stai e più “ci stai male”, quindi entrarci il più possibile mi mette a mio agio».

Come vivi da atleta il trascorrere del tempo?
«Non sono tra le più giovani in squadra, ma riconosco di avere da pochi anni gli strumenti per poter migliorare, avendo conosciuto persone che mirano alla perfezione. Il tempo è prezioso e quando viene sprecato vado in bestia: lo sanno bene le mie compagne che arrivano tardi agli allenamenti!»

Che rapporto hai avuto con i tuoi allenatori?
«Centurino è stato il mio primo tecnico, mi ha dato la passione per la pallanuoto e penso che senza di lui non avrei continuato con questo sport. Del Giudice è stato il primo mister che mi ha portato a pensare “al di fuori” del modo di vivere la pallanuoto a Verona. Zaccaria, il nostro attuale tecnico, mi ha guidato nella direzione che volevo esplorare: credere che il duro lavoro possa portare dritto all’obiettivo».

Quali altre persone ti hanno ispirato?
«In primis una compagna, Ines Braga, nazionale portoghese: ha portato la freschezza nel gioco e la consapevolezza che la tattica non serve se da giocatrice non sei sempre pronta. E poi i due nostri “presidenti”, Massimo Dell’Acqua e Andrea Campara, che ci danno la possibilità di vivere la pallanuoto senza troppi pensieri». 

In generale chi è Giorgia Prandini?
«Sono una persona che quando si appassiona dà cuore e anima, altrimenti tira indietro. Penso di essere un po’ caotica, ma anche capace di vedere out of the box: colgo quello che altri non vedono, ma forse talvolta mi perdo ciò che è davanti agli occhi di tutti».

Tu e lo sport: che rapporto avete?
«Fin da piccola sono stata appassionatissima. Ricordo che accendevo la tv, guardavo tutte le gare possibili delle olimpiadi e la spegnevo solo quando erano finite».

Cosa significa essere donna e atleta?
«Credo che lo sport possa influire in maniera importante sulla vita di una donna, perché il genere femminile è più facile a prendere le cose ‘di pancia’. Per le atlete fare sport ad alto livello può significare rinunciare a certe cose e pure nuocere in alcuni campi della vita, nonostante fare sport generalmente faccia bene. Ma è anche la miscela perfetta di passione, impegno, forza di volontà e mente».

Cosa pensi dell’esplosione mediatica del calcio femminile?
«Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma credo che ogni cosa che possa portare un ragazzo o una ragazza a provare uno sport anziché rimanere inerte sia un bene per tutto il movimento sportivo».

Emanuele Pezzo