E’ senza dubbio uno dei prezzi pregiati dell’Hellas Verona 2019-2020. Attualmente è al centro delle trattative del mercato invernale e su di lui si sono dirette le attenzioni di due big come Napoli, Inter.
Sofyan Amrabat è diventato in pochi mesi il simbolo dell’Hellas di mister Juric che, parole sue “gioca finchè non muore!“.
Corsa, polmoni, grinta e fisicità. Ma non solo. In quesa intervista esclusiva per SportdiPiù magazine, il numero 34 gialloblu si racconta a 360°.
Buona lettura

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Sangue e sudore”: mister Juric riassume così, con apprezzabile dono della sintesi e della simbologia, quello che deve essere lo spirito dell’Hellas. Lo incarna idealmente Sofyan Amrabat, uno che, sono sempre parole di mister Juric, “gioca finché non muore”. Perché a lui non si può rinunciare. Perché a lui l’allenatore gialloblu non vuole rinunciare. È uno dei suoi pretoriani. È il simbolo di un Verona da combattimento. Di lotta e sacrificio. Di spada e non di fioretto. Anche se poi, a ben vedere, Sofy non è solo corsa, polmoni, grinta e fisicità. Sarebbe riduttivo. Per lui come per il Verona. Che è squadra che sa giocare (bene) a calcio e nella quale Amrabat si alterna in regia con Veloso. Insomma, i piedi sono educati e gli permettono di ricoprire con grande efficacia il ruolo di ‘tuttocampista’.
Lo trovi ovunque la sua maglia numero 34. Perché contrasta, sradica palloni, corre per due, ma poi ha anche la lucidità di far ripartire l’azione, di macinare gioco, di inserirsi in fase offensiva.
Sempre ‘sul pezzo’, sempre nel cuore della partita, il 23enne marocchino nato in Olanda. Con il Bentegodi e coi tifosi gialloblu, per i quali è un idolo assoluto, è stato amore a prima vista.

Il tuo rapporto con il Bentegodi è un sentimento ricambiato…
«Il feeling è nato spontaneo sin dal mio debutto, contro il Bologna, quando sono entrato in campo nel secondo tempo. Sono bastati due palloni recuperati e ho sentito l’urlo del Bentegodi alzarsi altissimo. In quel momento ho capito cosa chiede il popolo gialloblu: cuore, grinta, determinazione, sacrificio».

Sangue e sudore, come dice Juric…
«Quando ha detto che con lui gioco sempre, finché non muoio, mi ha fatto un grande riconoscimento. Perché io sono così: un lottatore nato, uno che non molla mai».

Che rapporto hai col mister?
«Fantastico. Lui è uno diretto: ti dice quello che vuole ma anche quello che pensa di te. Sono davvero contento di aver trovato un allenatore come lui. Il suo concetto di calcio è il mio: cuore, coraggio, spirito battagliero ma non solo. Perché al mister piace giocare bene a calcio. E difatti questo Verona esprime un calcio propositivo, aggressivo, mai speculativo, organizzato».

A Verona c’è una grande tifo. Ti carica la spinta del Bentegodi e dei tifosi gialloblu?
«È come fossero in campo con noi. Ti trasmettano una carica impressionante e sono fantastici: per tutti i 90 e più minuti non smettono un secondo di incitare la squadra. E il tributo che sinora ci hanno sempre riconosciuto a fine partita, anche quando abbiamo perso, mi ha sempre fatto venire i brividi. Dovremo essere bravi noi a conservare questo splendido rapporto che si è creato. Viviamo una bellissima simbiosi: in chiave salvezza può fare la differenza».

La classifica sorride…
«La classifica è importante. Ma per adesso non la guardo. Mi piace soffermarmi sulle nostre prestazioni. Sinora sono state tutte di livello. Per capirci: ce la siamo giocata con tutti, sempre alla pari, anche quando abbiamo perso. Credo che questo aspetto ci debba infondere grande forza, ma anche la giusta consapevolezza e la necessaria determinazione per guardare avanti con fiducia e ‘fame’…».

Come sei arrivato a Verona e all’Hellas?
«La trattativa è stata lunga. All’inizio il Club Brugge non voleva lasciarmi andare. Difatti la richiesta era molto alta. Ma il Direttore (Tony D’Amico n.d.r.) è sempre rimasto in contatto con me e con il mio entourage. E il mister, chiamandomi più volte, mi ha fatto sentire un calciatore importante nel suo progetto tecnico di allestimento della squadra. E allora, appena il Club Brugge ha riaperto uno spiraglio nella trattativa ed è tornata a parlare con l’Hellas Verona, ho subito fatto emergere la mia volontà, cioè quella di andare al Verona e di giocare nella serie A italiana».

Come ti trovi con Veloso? A centrocampo fate coppia fissa e vi completate bene…
«Miguel è un fuoriclasse. È un leader vero. Grande uomo, oltre che grande calciatore. Ha esperienza ma anche mentalità. Con lui al mio fianco posso diventare un calciatore ancora migliore».

Qual è il compagno di squadra che ti ha sin qui più impressionato?
«Il gruppo. Parlo così perché la nostra forza è e deve rimanere il gruppo. Tutto il gruppo, compresi quelli che sinora hanno giocato meno».

L’Italia può consacrarti al grande calcio, considerato che hai solo 23 anni?
«Prima di tutto voglio consacrarmi nel Verona. Il resto viene dopo e per ora non ci penso neanche. Abbiamo un obiettivo e dobbiamo centrarlo. A tutti i costi».

Stai facendo benissimo anche in Nazionale. Perché hai deciso di giocare nel Marocco e non nell’ Olanda?
«Non è stata una scelta facile. In Olanda sono nato, ma in Marocco ho affondato le mie radici. Come calciatore, ma anche come uomo».

Ti piace Verona?
«È una città a misura d’uomo. E la gente ti trasmette tutto il suo calore e tutta la sua passione per l’Hellas».

Piatto preferito e hobby?
«Tajine marocchino e… calcio!».

Foto: Bpe/Maurilio Boldrini