All’indomani della sua nomina come nuovo commissario della Lega di Serie A, pubblichiamo l’intervista esclusiva realizzata lo scorso novembre a Giancarlo Abete. A 69 anni, l’ex presidente Figc Abete resterà in carica fino al 10 marzo 2020.

Giancarlo Abete, imprenditore, fa parte della storia del calcio avendo ricoperto dal 2007 al 2014 la presidenza della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) e dal 2011 al 2017 la vice presidenza dell’Uefa. Grande conoscitore del pallone e di tutto ciò che ci gravita intorno, SportdiPiù magazine l’ha intervistato lo scorso settembre in occasione della serata di gala della Fiera del Riso 2019 di Isola della Scala di Verona.

Dottor Abete, dei sette anni passati a capo della Figc cosa le piace ricordare?
«È stato un periodo di impegno importante portato avanti con entusiasmo e determinazione. Penso che la trasparenza testimoniata negli anni di presidenza, gli ottimi rapporti con le articolate componenti del calcio e dello sport e il rispetto verso il mondo dell’informazione, l’opinione pubblica e i tifosi sia stato percepito come un valore primario della Federazione. Il ciclo sportivo collegato alla mia presidenza ha evidenziato una perdita di competitività della Nazionale e dei Clubs ma nonostante ciò abbiamo ottenuto il secondo posto agli Europei del 2012 ed un terzo posto alla Confederations Cup del 2013. Milan e Inter hanno vinto la Champions League nel 2007 e nel 2010 e ci siamo qualificati in largo anticipo nelle competizioni Internazionali. Dal 2014 a oggi i risultati non sono stati in linea con quelli precedenti, a testimonianza di una fase di criticità che si è consolidata e che soltanto in questo periodo, con il rinnovato impegno di Mancini alla guida della Nazionale, sembra testimoniare importanti momenti di ripresa. C’è stata sempre grande attenzione da parte della Federazione ai temi etici, culturali e sociali perché una grande Federazione, come la Federcalcio, deve dare costante attenzione ai temi valoriali».

Cosa, invece, le dispiace non aver potuto attuare?
«Non ho motivi di rammarico sugli obiettivi non raggiunti, al di là della naturale aspettativa di ognuno di noi di vedere la propria Nazionale e i clubs del proprio Paese ottenere risultati sempre più prestigiosi. In generale ho avuto sempre grande collaborazione, considerazione e rispetto da parte del mio mondo di riferimento se è vero, come è vero, che sono stato eletto tre volte a scrutinio segreto con oltre il 95% dei voti e che sono stato indicato nel 2018 come candidato presidente dalla gran parte delle componenti del mondo del calcio, obiettivo che poi non si è realizzato in relazione ad una normativa vigente che limita il numero di mandati da parte del presidente».

Qual è la persona che ha dato tanto al nostro calcio, ma che non è mai stata valorizzata o addirittura accantonata?
«Come è fisiologico che avvenga tanti protagonisti del mondo del calcio avrebbero meritato soddisfazioni maggiori di quelle che hanno raccolto nella loro carriera. Un esempio può essere quello di Francesco Rocca che ha dovuto interrompere la sua carriera sportiva giovanissimo per un infortunio al ginocchio sinistro negli anni 70, quando già era da due anni titolare della nostra Nazionale. Francesco Rocca ha dedicato più di 30 anni del suo impegno da allenatore alle nazionali giovanili italiane e senz’altro per la sua preparazione e i suoi valori etici avrebbe meritato soddisfazioni maggiori di quelle che comunque ha raccolto nel suo percorso professionale».

Lei è stato anche capo delegazione della nazionale italiana che ha vinto il mondiale del 2006 in Germania: che ricordo ha?
«L’esperienza come capo delegazione a un mondiale vittorioso è senza dubbio il ricordo più bello che un dirigente sportivo impegnato a livello di Federcalcio possa conservare.  È stato un campionato del mondo nato in condizioni di grandi difficoltà per gli eventi di calciopoli che hanno preceduto l’avventura azzurra. Molti volevano che la Nazionale non partecipasse al mondiale. La risposta di Lippi e degli azzurri è stata eccezionale non soltanto sul versante del risultato sportivo, ma dei comportamenti e dell’immagine che hanno contrassegnato l’intero periodo dalla preparazione alla fase successiva alla vittoria del mondiale».

Quest’estate gli sportivi italiani hanno ‘scoperto’ il calcio femminile grazie all’ottimo mondiale delle nostre Azzurre; non è trascorso troppo tempo prima di dare il giusto rilievo a questo movimento?
«Certamente l’attenzione dell’Italia al calcio femminile è cresciuta in maniera significativa negli ultimi tempi, ancor prima degli importanti e significati risultati conseguiti dalla nostra Nazionale al mondiale. Il cambio di passo è stato determinato in particolare dall’attenzione che i grandi clubs professionistici hanno dato al calcio femminile. Senza una struttura societaria adeguata è sempre risultato difficile per la Federazione far decollare il calcio femminile. Ovviamente bisogna superare anche le barriere culturali che, soprattutto in alcune parti del Paese, sono presenti e l’ottimo risultato al mondiale e la comunicazione valoriale positiva che c’è stata stanno contribuendo e contribuiranno a migliorare la situazione».

Il nostro calcio non brilla in fatto di comfort degli stadi. Anche Verona ha in programma di ammodernare il Bentegodi. Perché siamo così indietro su questo tema rispetto a tanti altri Paesi europei come Inghilterra, Germania, Olanda e Francia, tanto per fare alcuni nomi?
«Il problema degli stadi rimane una criticità per il nostro Paese. L’assenza di grandi eventi quali l’organizzazione di un mondiale e di un europeo ha pesato sul nostro ritardo rispetto ai principali competitors europei anche se occorrerebbe avere la capacità e la forza per il Paese di dar luogo alla costruzione o ammodernamento degli stadi a prescindere dai grandi eventi. Le norme statuali, che sono naturale riferimento per importanti investimenti come quelli degli stadi, non si sono rivelate idonee a favorire un processo di ammodernamento, non riuscendo a trovare il giusto equilibrio tra la tutela urbanistico-ambientale e la necessità per chi investe di avere un conto economico compatibile con l’investimento. Penso che tutti abbiamo notato che le ristrutturazioni o le nuove costruzioni sono avvenute laddove si è mantenuto il sito precedentemente individuato per lo stadio. Laddove si è cercato o si sta cercando un sito differente, i progetti sono fermi e/o progrediscono con lentezza».

Tra i tanti calciatori che ha conosciuto nella sua lunga carriera, qual è quello che ricorda con più piacere e perché?
«Ricordo tanti giocatori con affetto e con gratitudine. Giocatori che hanno fatto la storia del calcio e che hanno dato un contributo fondamentale alla Nazionale, per affetto, convinzione e passione. Posso ricordare Gianluigi Buffon per tutti, perché ha accompagnato tutto il mio percorso di dirigente sportivo da Vice presidente e Presidente federale. La carriera di Buffon, la sua longevità sportiva e i livelli di eccellenza che ancora lo contraddistinguono costituiscono un modello da imitare». 

Che ricordi calcistici ha di Verona e del Veneto in generale?
«Il Veneto e Verona hanno sempre avuto una parte importante nel calcio italiano e la presenza per moltissimi anni di due squadre veronesi in serie A lo testimonia. Di Verona ricordo la partita della Nazionale del 1989 contro l’Uruguay, allorché ero Presidente del Settore Tecnico della Federazione; ricordo la Nazionale a Padova nel 2005 con Lippi Commissario Tecnico. Tutto il Veneto nelle sue realtà territoriali rappresenta una dimensione importante del nostro calcio, senza dimenticare la mitica figura di Sergio Campana che ha rappresentato un ‘faro’ per l’Associazione italiana calciatori per decenni. Damiano Tommasi, persona di grandi qualità morali e professionali, ha dato continuità a una tradizione di dirigenza sportiva nella rappresentanza dei calciatori, attori protagonisti del calcio».

I problemi del razzismo negli stadi e delle frange violente delle tifoserie sono sempre lontani dall’essere risolti: lei come interverrebbe?
«Il problema del razzismo negli stadi e le frange violente delle tifoserie continuano a essere una criticità del nostro mondo del calcio. È un problema purtroppo presente a livello internazionale come le recenti vicende calcistiche hanno evidenziato. Penso che, fermo restando il riferimento alla responsabilità oggettiva che da sempre a livello internazionale costituisce caposaldo della normativa sportiva, i recenti interventi della Federazione, finalizzati a responsabilizzare maggiormente le società sul versante della prevenzione e colpire in modo più mirato i protagonisti di tali atti cercando di evitare che gli stessi facciano pressione sulle Società per ottenere vantaggi impropri, vadano nella giusta direzione. È un tema che va affrontato d’intesa con gli organi statuali essendo il tema della sicurezza negli stadi di primaria rilevanza per l’ordinamento statuale prima ancora che per quello sportivo. Siamo prima di tutto cittadini e poi tesserati per una Federazione o tifosi di una squadra».

Giorgio Vincenzi